Festa della famiglia francescana – 1 maggio 2021
Il Signore mi donò dei fratelli… perché imparassi ad amare

Oggi vogliamo condividere delle riflessioni sul tema della giornata che è: “il Signore mi donò dei fratelli perché imparassi ad amare”. Questo tema è il cuore dell’essere francescani, ma anche dell’essere cristiani, dell’essere discepoli di Cristo.
Intanto perché ci sono i fratelli? E perché poi lo scopo fondamentale della nostra vita è quello di imparare ad amare?
Allora provando a chiedere a San Francesco di illuminarci e di guidarci in questa riflessione (perché lui è il maestro e noi proviamo a seguirlo), bisognerebbe un po’ ricercare nei suoi scritti. Dobbiamo ricercare non tanto la parola fraternità (che noi usiamo abitualmente nei nostri circoli francescani, ma che ha un significato limitato perché fraternità è una parola un po’ astratta, in quanto per Francesco fraternitas è la teoria dell’essere fratelli) perché non troveremmo quello che cerchiamo. Bisogna andare a cercare negli scritti la parola “frater”, la parola fratello, concreto, in carne ed ossa con le sue gioie e i suoi dolori. Frater è la parola che ricorre più spesso negli scritti di Francesco; la troviamo davvero tantissime volte, perché Francesco è un uomo concreto, questo non dobbiamo mai dimenticarlo.
Accanto a questa parola, poi, c’è la parola diligere, dilectio, amare, con cui Francesco declina proprio la relazione con i fratelli. Tutta la storia di Francesco è accompagnata dalla presenza dei fratelli, tanto è vero che l’inizio della sua conversione è identificato attraverso il suo incontro con il fratello lebbroso, il fratello povero, il fratello bisognoso.
Volendo continuare nel testamento di Francesco troviamo l’annotazione che dice che Francesco entrò nelle chiese (altri fratelli), dove incontrò i sacerdoti (ancora altri fratelli) fino a quando, nella parte centrale degli scritti, si trova “il Signore mi donò dei Frati, dei fratelli”. Questo lo portò a fare una breve sintesi della sua vita e troviamo ancora Francesco con i suoi fratelli, forse nel momento più doloroso con loro, ma lui resta lì. Quindi i fratelli accompagnano tutta la vita di Francesco.
Bisogna aver chiaro un aspetto importante della vita di Francesco: i fratelli non sono lo scopo della vita di Francesco. Francesco è chiaro nel suo ordine dottrinale: lo scopo della sua vita non sono i fratelli ma è sempre e solo Dio. Il primo posto infatti per Francesco è sempre riservato a Dio. I fratelli ne sono un dono e una manifestazione.
Nel testamento di Francesco infatti troviamo scritto sempre: “Il Signore dette a me.. e mi condusse dai lebbrosi..”, “Il Signore dette a me tale fede nelle Chiese”, “il Signore dette a me tale Fede nei sacerdoti”, “Il Signore mi donò dei fratelli”. Per Francesco Dio è sempre al primo posto; questa sembra una cosa scontata, ma non lo è; è importante perché se noi diciamo di essere fratelli, senza avere presente questo principio, la relazione di amore non funziona. Questo è il motivo per cui falliamo a volte nella relazione con i fratelli. Se noi vogliamo amare i fratelli solo con l’amore nostro, non basta, il nostro amore va purificato, c’è bisogno di partire da Dio per amare il fratello.
Quindi prima cosa: che ordine c’è nella nostra vita? Chi è il primo? I fratelli sono importanti, ma per amarli serve una priorità, altrimenti non saranno un dono, ma saranno altro: saranno una conquista, saranno degli amici, dei nemici, saranno un ostacolo, saranno un merito. Se il primo è Dio, i fratelli sono un dono.
Francesco negli scritti ci dice: “il Signore mi donò”, quindi riconosce che i fratelli sono un dono che viene dal Padre, tra l’altro un dono non cercato da Francesco.
Francesco non ha cercato i fratelli, non li ha chiesti a Dio in preghiera, sono venuti, sono arrivati ad un certo punto della sua vita come dono; negli scritti continua: “e dopo che il Signore mi dette dei frati nessuno mi mostrava ciò che dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del Santo Vangelo”.
Francesco ci dice che i fratelli sono un dono, ma, come ogni dono, sono anche un impegno, perché attraverso i fratelli Francesco scopre la volontà di Dio, a cui può aderire oppure no.
Allora il fratello è anche lo strumento che manifesta la volontà di Dio.
Qual è la volontà di Dio? La volontà di Dio è che noi amiamo, e il fratello è lo spazio in cui possiamo sviluppare e far crescere questo amore. Non c’è altro spazio! Noi non possiamo amare Dio direttamente (questa è una grande verità sancita dal Vangelo e ripresa dai padri della Chiesa e anche da Francesco), lo possiamo amare solo nella carne dei fratelli, altrimenti rischia di essere fantasia, lo possiamo amare solo amando, amando chi vediamo, chi abbiamo accanto.
Allora due domande che ci facciamo facendoci aiutare da Francesco nella risposta sono:
Quale priorità c’è nella propria vita? Dio sta al primo posto realmente? I fratelli sono un dono? (e non intendo solo quelli simpatici, quelli che arrivano con la parola di Dio e danno una svolta alla tua giornata, perché amare quelli, dice il Vangelo, è facile anche per gli ipocriti).
Allora sono un dono anche quelli che mi rompono le scatole, quelle che mi stanno antipatici, quelli che mi disturbano, che sono scomodi, perché in quelli si può amare di più. Si può venir fuori meglio con il proprio amore, si può crescere. Sono quelli che aiutano a crescere e a perfezionare il proprio amore.
Altra domanda:
“Riconosco nei fratelli lo strumento della volontà di Dio? (Sempre anche quelli che mi scomodano). I fratelli sono davvero strumento della volontà di Dio? Chiediamocelo.
Proviamo sempre a farci aiutare da Francesco facendo così un passo in avanti. Francesco nella sua spiritualità ha tre punti focali.
Il primo è: “avere lo Spirito del Signore” È questa una preoccupazione grandissima di Francesco, che chiede per sé e propone agli altri. Lo propone spessissimo, nella Regola e nelle Ammonizioni. È un’esortazione che fa spesso ai fratelli: “abbiate sempre gli stessi sentimenti di Dio”.
Il secondo è la povertà che Francesco declina come “sine proprio”, inteso come nessun possesso.
Il terzo è il concerto della “restituzione”.
Noi ci chiediamo che cosa c’entrano queste caratteristiche con il tema di oggi? Innanzitutto con il vivere con i fratelli cosa c’entra?
Dunque “avere lo spirito del Signore”, significa restare in relazione con il Padre, sempre. Occorre custodire questa relazione in ogni istante della giornata, della vita. Significa anche stare nella relazione con i fratelli e che vuol dire amarli partendo da Dio, vuol dire amarli sapendo che siamo tutti figli di un unico Padre, per cui gli altri diventano fratelli. Senza questo gli altri non mi sono fratelli.
È con ciò che il lebbroso per Francesco diventa fratello, è con questo che il diverso diventa fratello, è con questo che per Francesco il sultano diventa anche lui fratello. Ovviamente, portandolo nel nostro tempo, il diverso, con colore della pelle diverso, diventa fratello.
Il papa ci spinge ad uscire dalle chiese e andare per le periferie. Perché lo fa? Perché l’altro è la periferia di se stessi. Bisogna imparare ad andare in periferia, nell’altro dove sono raggruppate tutte le diversità che spesso non ci piacciono, verso le quali noi facciamo fatica. Se ci pensiamo, tante volte accusiamo gli altri dei nostri difetti. Infatti è spesso doloroso attribuirsi e riconoscere i propri difetti, mentre è più facile vederli negli altri. Per cui avere lo Spirito del Signore significa poter guardare l’altro con gli occhi di Dio, con il cuore di Dio.
Si è parlato di “sine proprio”. Altra caratteristica di Francesco: senza nulla di proprio. Questa povertà, che in Francesco diventa l’essere minori, è valida non solo per i frati ma per tutti coloro che vogliono seguirlo. Essere minori è essere più piccoli, essere indifesi, essere sotto.
Noi chiediamo sempre qualche raccomandazione per stare sopra. I francescani in realtà stanno sotto, stanno un gradino più basso degli altri, che significa parecchio nel rapporto con i fratelli, significa che io non amerò l’altro stando al di sopra di lui come se gli facessi una concessione. Non amerò l’altro avendo paura che l’altro possa rubarmi qualcosa; se siamo poveri siamo liberi e allora non abbiamo alcun timore di perdere tempo, di perdere le nostre posizioni, di perdere i nostri ruoli, di perdere le nostre capacità. Se siamo poveri non abbiamo paura!
E allora l’altra domanda da farsi, di fronte a questa caratteristica di Francesco, è questa:
Ma tu che cosa difendi nelle relazioni? Questa domanda è importante, perché se difendiamo ancora tante cose, forse c’è da lavorare ancora un po’ sulla povertà. E quando si tratta di cose materiali, infatti, noi siamo capaci di regalare, di dare, di essere generosi, ma quando ti tratta di dare qualcosa di sé, di noi stessi, del nostro tempo, le nostre idee, diventa un po’ più complicato donare e su questo Francesco è molto chiaro in un’ammonizione. Quando parla della povertà dice: Tu puoi essere povero quando vuoi, puoi fare tutti i digiuni che vuoi, ma se trovi il fratello che ti contraddice e tu perdi tutta la tua mitezza e diventi una bestia feroce, forse questo non è proprio essere poveri. Ancora una volta si nota come Francesco mette insieme la relazione con Dio e la relazione con i fratelli. L’una è specchio dell’altra.
In realtà tu puoi credere di essere già arrivato alla Santità, ma basta un fratello che ti pesta un piede e ti ritrovi nel peggiore girone dell’inferno.
La restituzione, infine, è un concetto con cui si definisce il modo di fare Carità di Francesco. Il nostro modo di fare Carità, di solito, ci fa sentire bravi, generosi, perché diamo qualcosa di nostro. Ebbene questo non significa essere francescani, perché per Francesco fare un gesto di generosità, di carità significa semplicemente restituire all’altro quello che gli è stato donato da Dio.
Quando Francesco incontrava un povero, più povero di lui, diceva: Devo dargli il mio mantello perché è suo, ne ha bisogno, e quindi non è più mio, è suo e glielo restituisco.
Si tratta di rimettere le cose a posto, non è un gesto di grande carità, ma semplicemente un gesto di giustizia.
Che significa questo nella relazione con i fratelli? Quando i fratelli ti chiedono qualcosa, sei disposto a restituire, sapendo che non è un atto di generosità, ma solo un atto di giustizia?
Come si può restituire? Lo si può fare in due modi:
Un modo è la restituzione a parole. Francesco lo fa nella lode, fino ad arrivare al Cantico, in cui tutti diventano fratelli. Occorre perciò domandarsi: ma io come parlo del fratello? Come restituisco al fratello la sua dignità di figlio con le parole? Noi dovremmo sempre riuscire a benedire il fratello, a dire bene dei fratelli, mai ad usare parole che dicono male.
Un altro modo è la restituzione in opere, restituendo un po’ del proprio tempo, un po’ del proprio amore ricevuto; un po’ delle proprie capacità, che sono solo un dono ricevuto. Siamo disposti a restituire, senza sentirci troppo meritevoli oppure superiori? Altrimenti non siamo più minori. In ultimo Francesco vive anche l’esperienza del dolore nei confronti dei fratelli, alla fine della sua vita, ma lui non smette mai di essere legato ai suoi fratelli, nonostante loro non siano più legati a lui (questo ce lo ricorda anche nel concetto della Perfetta Letizia quando Francesco viene lasciato fuori). Questa è la misura dell’amore a cui siamo chiamati, l’amore crocifisso. Perché Francesco riceve le stimmate? Perché ha imparato ad amare cosi, Francesco ha imparato ad amare proprio come amava il Signore, fino a lasciarsi crocifiggere dai fratelli. Meravigliosa la citazione di Giovanni 13, 35: “da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete Amore gli uni per gli altri”.

Suor Monica Maria Asti,
Suora Francescana di Santa Filippa Mareri del Centro “Don Milani” di Calvi Risorta

 

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