Le azioni che costruiscono fraternità.
Fraternità è condividere

Incontro della Zona Interdiocesana di Avellino: Intervento di Morena Sacchi – responsabile nazionale dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia – sul tema: “Le azioni che costruiscono fraternità. Fraternità è condividere“.

«Mi è stato affidato uno dei temi del percorso formativo nazionale pensato per quest’anno fraterno, sulle azioni che costruiscono fraternità e una di queste azioni – quella che avete scelto – è: condividere.
È un tema enorme, è un tema di una profondità di un’ampiezza ed è un tema trasversale anche a tanti altri temi. Forse è un’azione che mette anche in crisi il cuore della nostra vita di fede.
È un tema, tra l’altro, molto concreto che non dovrebbe lasciare tanto spazio a discorsi teorici.
A riflettere sul perché e come condividere apre tanti orizzonti e proprio mentre preparavo questa riflessione, avevo l’immagine dell’albero che parte dalle radici che vanno già di loro in tante direzioni, poi risale il tronco che sembra avere una sua linearità, poi improvvisamente si apre una miriade di rami che vanno da tutte le parti, ma tu devi scegliere quale direzione prendere, quindi la fatica è stata un po’ questa.
Proverò comunque dare qualche spunto di riflessione dividendo il mio intervento in quattro momenti.
Partirò da alcune suggestioni che ci offre la parola di Dio, per poi agganciarmi ad almeno due canti a cui tema della condivisione ci porta che è quello della COMUNIONE e della COMUNICAZIONE.
Come vi dicevo, ho operato delle inevitabili scelte, anche per potervi dare alcuni suggerimenti molto pratici, da spendere in fraternità. È chiaro che in incontri come questo dirò tante parole, ma voi seguite le vostre intuizioni, cioè le suggestioni che nascono mentre ascoltate, seguite quelle, perché saranno delle piccole luci che si accendono e che chiedono di non essere spente, ma non perché le dirò io, o perché dirò cose straordinarie, ma credo che sia questo un modo per sperimentare già da adesso i frutti della condivisione: quest’azione del dividere azione del dividere qualcosa con qualcuno.
Una volta una persona molto saggia, proprio al termine di un incontro molto bello a cui avevo partecipato, quegli incontri in cui alla fine dici: “Ah, che bello, vorrei trattenere proprio tutto” e questa persona mi ha detto: “Non preoccuparti, resterà quello che ti serve!”.
Questo della condivisione è un tema di cui spesso ci riempiamo la bocca e senza pensare troppo a tutto ciò che significa e anche alle conseguenze che comporta, se lo abbracciamo come stile di vita.
Quante volte chiamiamo i nostri incontri condivisioni, oppure “facciamo condivisione” o diciamo “è importante condividere”. Pensate anche solo ai social, dove condividere è la parola d’ordine: sui social sei vivo ed esisti se condividi.
La psicologia dice che, di base, le persone che tendono a condividere, lo fanno per definire sé stesse agli occhi del resto del mondo, oppure per costruire un’immagine di loro stesse che vorrebbero avere, le persone, quindi, condividono, prima di tutto per loro stesse, ma, questo aprirsi agli altri risulta, d’altra parte, molto gratificante.
Ci sono altri aspetti legati al mondo dei social a questo condividere, in quanto condividere i propri pensieri rafforza sicuramente dei legami sociali, accresce anche le conoscenze sul mondo, ci permette anche di ricevere dei feedback dagli altri che ci permettono anche di conoscere meglio delle parti di noi stessi. Quindi è anche uno strumento per costruire relazioni, unire le persone, anche per divertirsi, per far circolare le informazioni, dei contenuti; anche noi ne facciamo un ampio uso, soprattutto in questa situazione di distanziamento.
Quindi, anche in questo ambito dei social, ci sono degli aspetti interessanti su questo tema del condividere, da tenere presenti.
Diciamo la verità, quando poi usiamo la parola condivisione sappiamo benissimo il senso di questo termine, perché è piuttosto intuitivo.
Sappiamo anche quali effetti ha, o dovrebbe avere, nella nostra vita di fede, come pure riconosciamo anche il suo valore profondamente umano; si gioca la carta della condivisione per recuperare o costruire un senso di uguaglianza, di giustizia, di solidarietà.
Non c’è bisogno di essere cristiani, per riconoscerlo come valore.
Condividere è un’azione molto concreta. Ecco, vorrei partire proprio dal realismo e dalla concretezza del Vangelo, perché il Vangelo ci apre sempre a delle nuove letture, apre sempre dei nuovi scenari e ci invita ad avere uno sguardo nuovo su di noi e sulle nostre relazioni e lo fa anche quando ci vuole far vedere cosa significa condividere.
Il Vangelo, però, ci avverte che esiste qualcosa che viene prima della condivisione e che senza di quella non può esistere vera condivisione mi riferisco all’episodio che abbiamo ascoltato nella preghiera [Vangelo di Giovanni (6,1-14)]
Questo episodio è uno dei pochi dei quattro Vangeli con sottolineature diverse.
Abbiamo sentito che c’è una grande folla che segue Gesù e ad un certo punto arriva la sera e c’è la fame che bussa alle porte e chiede risposta; gli apostoli, in realtà, più che dare delle risposte, pongono delle domande: dove andare a comprare il pane per tutta questa gente? Chi ha soldi sufficienti per una spesa del genere?
Credo che siano domande molto lecite, forse sarebbero state anche le nostre domande: cioè se serve una quantità smisurata di pane, una soluzione potrebbe essere di andare a comprarlo, oppure congedare la folla in modo che si arrangi.
Se io fossi uno degli Apostoli, avrei detto: mi spiace Signore per questa situazione, ma non ho delle soluzioni. Questa è una saggezza umana che nasce da uno sguardo molto realistico della situazione: come facciamo a dar torto agli Apostoli? C’è, però, un fatto oggettivo, se ci fate caso, a Gesù nessuno chiede nulla, eppure aveva già fatto dei segni straordinari.
C’è un ragazzo, però che ha un po’ di cibo, forse il suo pasto o poco più; la domanda è: per tutta questa gente cosa può essere? Quel ragazzo non ha chiesto nulla, ma mette tutto a disposizione.
Forse è questa è la prima soluzione davanti alla fame; attenti, però: a tutti i tipi di fame, mettere a disposizione.
Questo cosa dice a me? Dice di cominciare da me, dice di mettere la mia parte, per quanto poco sia. Qua è assolutamente evidente la sproporzione che c’è tra quanto ci mette l’uomo di suo e ciò che compie Dio, partendo da quel poco. Questo racconto evangelico insiste sull’importanza che ci sia già qualcosa, perché ci possa essere il miracolo; forse il vero miracolo è proprio la condivisione del poco che si ha, cioè non trattenere per sé, per paura che gli altri ce lo rubino o ne facciano un cattivo uso, oppure la paura anche di perdere quel poco, ma vorrei, però, leggere questo episodio anche in termini di relazioni fraterne, perché soprattutto di questo si tratta: di relazioni.
Se ci pensate, il cibo e la tavola nel Vangelo, sono sempre icone, immagini di relazione, cioè di una intimità che si crea
Cosa dice questo alle nostre dinamiche fraterne? Credo che sia un invito veramente a mettersi in gioco sempre, senza attendere di avere chissà quali risorse materiali, quali capacità intellettuali o delle idee geniali. Quante volte ci siamo lanciati e ci siamo accorti che ciò che abbiamo è sempre molto di più di quanto pensavamo e ci siamo anche detti: oh, non credevo di farcela, oppure ci siamo meravigliati di quello che abbiamo detto, fatto che abbiamo pensato e abbiamo anche sicuramente provato che, mettendo insieme le risorse ci siamo sorpresi di noi stessi per ciò che ne è uscito.
Mi chiedo: “ci sono novità nella nostra vita fraterna?”. Ricordiamoci che i veri cambiamenti accadono sempre se ciascuno mette a disposizione il poco che ha e che è, senza attendere che altri agiscano al proprio posto, tipo: “beh, ma ci penserà il consiglio”… “gli altri sono più bravi di me”… “io ho un carattere riservato e non mi espongo”, oppure, “non ho cose significative da dire”, oppure, “tanto son sempre gli stessi che decidono e fanno”, “non mi coinvolgono mai”, o, “quando parlo non mi sento mai ascoltato”; pensate anche quando si avvicinano i capitoli: “no io non ho tempo eh, lavoro, famiglia…” come se gli altri non avessero gli stessi problemi.
Oppure, altro, quando poi tocchiamo il portafoglio. Se penso alle nostre Costituzioni, quando si dice: “in spirito di famiglia ciascun fratello versi alla cassa della fraternità un contributo a misura delle proprie possibilità…”, neanche quando tocchiamo il portafoglio risalta lo spirito di famiglia!
Vedete quante volte e in quanti modi riusciamo a non metterci del nostro: questi erano solo alcuni esempi di frasi che, magari sono come i ritornelli che sentiamo nella nostra vita fraterna.
Vi invito, però, a farvi una domanda: “cosa mi sta bloccando, cosa mi sta trattenendo veramente dal mettere a disposizione quel poco o tanto che ho e che sono?”.
Certo, ora c’è la situazione sanitaria che impedisce il movimento, il contatto, però pensiamoci, le condizioni ambientali non possono, anche se talvolta son drammatiche, giustificarci.
La condivisione non è un ideale astratto che attende tempi migliori, nasce da un autentico realismo di ciò che c’è e non da ciò che sarebbe bello che ci fosse; certo, alcune cose non si possono fare, ma altre si.
È sempre oggi che si vive il Vangelo!
Credo che dobbiamo continuare a sperimentare questo anche nelle nostre fraternità. C’è qualcuno che ha detto che quando il mio pane diventa il nostro pane, si moltiplica e poco pane condiviso fra tutti – abbiamo visto l’episodio del Vangelo – diventa sufficiente.
Infatti il Vangelo in realtà non parla di moltiplicazione, ma di distribuzione e di un pane che non finisce.
Mentre passava di mano in mano, restava in ogni mano. I miracoli esistono se vince la legge della generosità, è solo la generosità che innesca la condivisione, però non c’è condivisione se non rischio la mia fame, come ha fatto quel ragazzo, infondo.
C’è un rischio da correre. È stato rischioso mettere a disposizione. Allora vi suggerisco, a questo proposito, un esercizio di condivisione molto importante, da fare in fraternità e vi assicuro che porta molto frutto a livello di comunione fraterna; noi l’abbiamo fatto diverse volte, anche recentemente, nella nostra fraternità locale.
Siamo partiti riflettendo sul brano di Paolo, quando scrive ai Corinzi: il discorso dei carismi, dei doni a servizio dell’unico corpo.
Ci siamo divisi a piccoli gruppi e abbiamo provato a rispondere a queste due domande:

  1. Quali doni, talenti, carismi mi riconosco, anche in riferimento alla vita fraterna.
  2. Quali doni, talenti, carismi riconosco ai fratelli e sorelle della mia fraternità?

Poi, a piccoli gruppi abbiamo risposto.
Perché è importante fare questo esercizio? Perché quello che salta fuori è pane che abbiamo da consegnare al Signore affinché lo spezzi e che possiamo distribuire, per saziare tante fami che ci sono tra noi e intorno a noi.
Chiediamoci: Io, noi di cosa abbiamo fame? La mia fraternità che fame sta soffrendo? I miei vicini, i miei colleghi, i miei amici che fame manifestano? Riesco a mettermi in ascolto di questi bisogni?
In questo brano che abbiamo ascoltato, il Signore ci fa vedere una logica nuova. Ad un certo punto, agli apostoli fa spostare l’attenzione dal cosa dar da mangiare al come mangiare.
Li fa sedere a gruppi, a comunità, possiamo dire, dove ognuno possa ascoltare la fame dell’altro e ci si possa incontrare ad altezza d’occhi e si faccia circolare il pane che si ha tra le mani.
Questa sarebbe anche una bella immagine per descrivere le nostre fraternità: luoghi in cui ci riconosciamo bisognosi, fragili, affamati, ma dove ci passiamo un pane; lo abbiamo ricevuto e lo condividiamo.
Quel luogo in cui il Signore mi raggiunge, mi ama e mi salva.
Infatti alle due domande dell’esercizio che vi ho suggerito se ne aggiunge una terza, forse la più importante e decisiva, ma sicuramente la più difficile da condividere: Come ho sentito, come ho sperimentato l’amore incondizionato senza che pone condizioni di Dio verso di me e di me verso gli altri e degli altri verso di me?
Sono domande non semplici, però segnano un passaggio importante per riconoscere nella vita fraterna in quali momenti sperimentiamo l’amore e qui bisogna fare veramente dei riferimenti molto molto concreti, perché il Signore ci ama nella concretezza e noi amiamo e siamo amati nel concreto della vita, altrimenti è solo poesia.
Bisogna che facciamo anche delle nostre fraternità luoghi dove sperimentiamo concretamente l’amore senza condizioni del Signore e possiamo donarcelo, farlo circolare, in fondo è questo che sfama.
Mi viene da chiedere: Perché le nostre Fraternità, a volte sono così povere? Forse questo brano del Vangelo ci dà una risposta: perché non abbiamo donato! Non si ha niente, perché non si è donato niente.
Facciamo progetti, decidiamo iniziative, riempiamo calendari – in questo siamo bravissimi – senza fare, però, questa esperienza di amore ricevuto e donato: non condividiamo.
Guardate che Gesù chiede: “quanti pani avete”, non quanti pani hai, ma “avete”. È la comunità, la fraternità che diventa segno di questa generosità di Dio, del suo Amore.

DALLA CONDIVISIONE ALLA COMUNIONE E VICEVERSA
Vorrei soffermarmi su quel: “date loro voi stessi da mangiare”. Questo è l’invito a diventare sacramenti, segni di comunione; è qui che c’è l’invito a diventare costruttori di Fraternità. Gesù spinge i discepoli all’incontro, a non fuggire, ma a far diventare quell’allungare le mani piene di pane un modo per incontrare lo sguardo dell’altro, il suo bisogno concreto. Gesù non ha spiegato tante cose ai discepoli, ha detto: “Andate a vedere cosa avete”, da quel poco il Signore diede cibo in abbondanza ai discepoli, perché lo distribuissero, ma non è che gli chiede di fare i camerieri, chiede che nella disponibilità a distribuire ci sia l’offrire se stessi, insieme a quel pane.
Questa forse è quella che possiamo chiamare la vita eucaristica, cioè mettere se stessi nel dono. La condivisione non è un punto di partenza, ci vuole un cammino interiore che ci spinga a guardare fuori di noi, per incontrare mani, per incontrare sguardi, per incontrare storie e per poterle accogliere.
È qui che la condivisione costruisce fraternità. Costruire fraternità a partire dalla condivisione sicuramente mette in crisi i nostri rapporti che chiamiamo fraterni, ma, come mette in crisi i rapporti sociali, economici e politici. Se ci pensate qui ci stanno anche tutte le letture dei problemi del nostro mondo che sono diventate riflessioni e che si sono trasformate in proposte che Papa Francesco ha fatto nella Laudato Sì e nella Fratelli Tutti e che lascio alla vostra lettura e meditazione: è una cosa assolutamente da fare, da parte nostra, ma anche da promuovere.
Dicevamo che il Vangelo è sempre molto concreto, quindi: o la condivisione è concreta, o non è niente! Spesso facciamo teorizzazioni sul servizio, sul dono di sé, ma in questo modo corriamo però il rischio di scappare dall’appuntamento con l’uomo concreto, col fratello e la sorella che ho vicino e che è fatto di bisogni concreti che non vuol dire solo bisogni materiali. Ci sono delle parole che sono molto familiari con la parola condivisione, due parole, ad esempio, sono queste: COMUNIONE e COMUNICAZIONE e se ci pensate tutte ci portano sempre a rapporti tra persone, cioè disegnano proprio delle trame relazionali, sia la comunione, sia la condivisione, sia la comunicazione e se ci pensate anche in ogni miracolo in ogni segno che Gesù compie in ogni guarigione, l’opera più importante di Gesù rimane quella di entrare in relazione o di restituire relazioni nuove, di ristabilire le relazioni dove si sono interrotte.
Ma sapete che costruire relazioni fraterne è il modo che è affidato a noi francescani secolari di incarnare il Vangelo. Vorrei proprio richiamare qui la nostra identità espressa nella Regola e nelle Costituzioni che, forse troppo spesso dimentichiamo di prendere come riferimento, per avere le radici ben salde. Nelle Costituzioni c’è questa brevissima descrizione della vocazione del francescano secolare, quando dice in modo molto lapidario: “la vocazione dell’Ofs è vocazione a vivere il Vangelo in comunione fraterna a questo scopo i membri dell’Ofs si riuniscono in comunità ecclesiali che si chiamano fraternità”.
Quando ci chiedono: Ma la fraternità perché esiste? Spesso non si sa rispondere. Ma è questo: la chiamata è a vivere il Vangelo in comunione fraterna. Cioè noi abbiamo accolto una chiamata che fa della relazione il cuore della vocazione; relazione con se stessi e con l’altro. Senza condivisione non c’è comunione e non c’è comunione senza condivisione, senza l’intimità di vivere davvero qualcosa con qualcuno.
Spesso il problema delle nostre fraternità è che si pensa che “fraternità” sia semplicemente fare “cose”, ma imparare a farle insieme: pregare insieme, sperare insieme, ascoltare insieme, andare insieme.
Qualcuno ha scritto una riflessione molto bella che diceva: “la comunione non significa abbandonare la propria identità, cioè rinnegare o cancellare la propria identità, ma è scegliersi, a partire dal fatto che non ci siamo scelti, ma comunque stiamo insieme”.
Cioè non basta esserci in fraternità – sono andato in fraternità – non basta esserci, per dire di essere anche in comunione, questo lo avvertiamo benissimo. Bisogna imparare a scegliere di amarsi, perché senza questa scelta non si ha vera comunione: si sceglie di amare; l’amore è una scelta.
Vorrei partire da una domanda che può sembrare banale: perché sono importanti queste relazioni? Sembra banale. E mi riferisco sia la vita fraterna che a quelle relazioni che sono presenti nella nostra quotidianità: la famiglia, i colleghi, gli amici.
Il motivo è molto semplice, perché lì, nelle relazioni nelle relazioni si trova la parte più significativa della nostra vita. Se vogliamo capire qualcosa della nostra vita, dobbiamo guardare le nostre relazioni. Forse l’errore che facciamo è di voler trovare il significato della nostra vita ragionando dentro noi stessi, facendo quelle introspezioni, quei percorsi interiori…
Anche questo è importante, ma noi non capiamo niente di noi stessi se ci rivolgiamo soltanto a questo, capiamo qualcosa di noi quando ci mettiamo in gioco in una relazione. Noi diciamo sempre: noi siamo un mistero. Si, certo, siamo un mistero per noi stessi, però c’è un modo per intravedere questo mistero, quando quel mistero è all’opera, quando agisce, cioè mentre facciamo qualcosa e la cosa più significativa che possiamo fare è entrare in relazione con qualcuno.
Questo vale, ovviamente, anche nella vita fraterna. Vivere in fraternità relazioni significative mi aiuta a svelarmi a me stesso, prima di tutto.
Quando Gesù dice: “vi riconosceranno da come vi amerete”, non dice: vi riconosceranno da da quanto sarete bravi nel parlare, da quanto saprete spiegare tutto, da quanto avrete la risposta a tutto, ma dice “vi riconosceranno dalla qualità delle vostre relazioni”, da come vi amerete; quindi, se c’è un luogo dove possiamo verificare la nostra fede è proprio dalla qualità delle nostre relazioni.
A questo punto sarebbe veramente interessante fermarci a meditare su quel passo degli Atti degli Apostoli, dove la relazione tra i primi cristiani prende il nome di koinonia che è una parola che ha tanti significati: partecipazione, comunicazione, relazione, ma credo che tutti questi termini si possono raccogliere nella parola: comunione.
Ricordate sicuramente quel momento in cui si dice che i primi cristiani erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere e poi seguono tutti gli altri aspetti molto concreti su cui avevano giocato la vita della loro comunità.
Quanto avrebbe da dirci questo passo per la nostra vita fraterna, però vorrei, invece, portarvi su un altro versante che possa anch’esso essere utile alla vita fraterna, o cambiare o consolidare questa comunione.
Parto anche qui da una domanda: Come sta la nostra comunicazione? Papa Francesco dice che la comunicazione umana è la modalità essenziale per vivere la comunione. Comunicare è il primo modo per ridurre le distanze – è il tema del nostro triennio – ed è il primo modo per donare qualcosa di sé agli altri, quindi per condividere.
Se vogliamo usare un linguaggio evangelico, comunicare è un modo per farsi prossimo, un modo per rendere concreta la comunione.
C’è uno psicanalista che dice: “il prossimo è colui sul quale posso posare la mano”, forse perché il primo messaggio, la prima comunicazione è in questo modo, dire: “Sono con te”. Un’esperienza comunitaria come la nostra non è data dal numero delle persone che compongono la fraternità, ma se esiste prima di tutto una relazione con le persone che ho vicino e le relazioni partono sempre dalla comunicazione. A volte noi non ci riflettiamo, ma la parola “comunicazione” ha la stessa radice della parola “comunione”.
Tutti noi cerchiamo comunione, ma nessuno può costruire comunione, senza comunicazione.
Se la nostra comunione è in crisi, è perché è in crisi la comunicazione; perché comunicare ci rende molto più vicini. È chiaro che la comunione di cui parlo è legata a un bisogno molto profondo che è dentro di noi che è quello di sentirsi importante per qualcuno, anche di sentirsi presi sul serio; a volte ci sentiamo anche molto soli, perchè nessuno ci prende sul serio.
Quindi, dove c’è comunicazione c’è comunione e viceversa, se si ammala la comunicazione, si ammala la comunione con le persone.
Quando noi smettiamo di parlare con qualcuno, questo significa che tagliamo la comunione con lui; cosa facciamo quando litighiamo? immediatamente smettiamo di parlare; è come dire: faccio finta che tu non esista, è come dirgli: io non voglio avere più niente a che fare con te; quando si ammala la parola, si ammala la relazione.
Per concludere volevo lasciarvi cinque punti molto concreti, molto pratici, per farvi vedere come si può costruire questa comunione e comunicazione; non sono farina del mio sacco, ma li ho trovati così veri anche per me che mi son sentita di proporli anche a voi.

1.CONSEGNARE SE STESSI.

Tu entri davvero in relazione con una persona quando trovi il coraggio di consegnare te stesso, la tua storia; soprattutto – che è la cosa più difficile – la tua miseria. Sapete perché a volte noi non troviamo il coraggio di fare questo? Perché abbiamo paura che l’altro la usi (la nostra debolezza) per farci del male o per giudicarci e questo può anche essere vero! Per questo non dobbiamo essere sprovveduti, è chiaro che dobbiamo consegnare noi stessi nella misura in cui dall’altra parte sentiamo di non essere giudicati e sentiamo che l’altro non userà mai il nostro dolore, la nostra miseria, per farci del male.
D’altra parte anch’io devo rinunciare a usare la debolezza dell’altro, per poi giocarmela o rigirargliela contro.
Perché spesso non si riesce più a comunicare? Perché non si riesce a consegnare se stesso all’altro e uno spesso non lo fa, perché si sente giudicato, oppure gli vengono rinfacciate delle cose.
Capirete che diventa difficile costruire fraternità, se non ci siamo mai incontrati su questo piano, cioè se non c’è questo incontro di cuori.

2.RINUNCIARE AL GIUDIZIO
Se ci pensate, uno degli effetti più negativi del male nella nostra vita – ma è anche molto sottile – è che il male ci fa vedere le cose come le guarda lui. Il male guarda le cose come colui che accusa. Avete presente nell’Apocalisse, quando si parla del male questi viene chiamato “l’accusatore” e possiamo tradurlo anche con questa immagine visiva: il male ha sempre il dito puntato.
Questo dito spesso c’è l’abbiamo dentro noi stessi e contro noi stessi; abbiamo quindi un giudizio sia contro di noi, sia inevitabilmente contro gli altri. E finché non spezziamo questo dito, non si riesce ad entrare in una relazione vera con l’altro, perché noi non abbiamo il diritto né di giudicare e né di giudicarci. Noi abbiamo il diritto, però, di guardare e di guardarci come ci guarda Gesù Cristo e non come l’accusatore.
Se ci pensate non c’è nel Vangelo una sola storia in cui Gesù guarda le persone con giudizio; le guarda con misericordia, con compassione; le guarda anche in maniera esigente.
Quindi, finché non cambiamo lo sguardo, difficilmente riusciamo a tirar fuori qualcosa da una relazione; cioè se non guardo mio fratello, mia sorella, mio marito, mia moglie, i figli, gli amici come li guarda Cristo, c’è un rischio il rischio di far prevalere il giudizio sulla fiducia.
In questo modo la nostra Comunione e Comunicazione è già compromessa.

3.ASCOLTARE
Questo non è semplice, l’ascolto è una delle cose più difficili. Nasce dal fatto che tu permetti l’altro di parlare ed esprimersi, gliela la parola. Spesso capita che noi dopo aver ascoltato le prime tre parole, smettiamo di ascoltare perché sappiamo già come va a finire: tanto so già come finisce sta’ storia… come la pensi
Noi viviamo in un tempo in cui c’è gente che paga per essere ascoltata; ci sono delle professioni, se ci pensate, in cui è proprio l’ascolto ciò che la persona sta’ cercando. E come può esserci comunione tra noi se ci ascoltiamo.
Di cosa è fatto l’ascolto? Direi di due elementi fondamentali: la gratuità e il silenzio.
Gratuità significa che a volte non è proprio edificante ascoltare i fratelli e le persone; ascoltare l’altro, non è che proprio ci arricchisca: per cui tu l’ascolti davvero gratuitamente.
Il silenzio. Non è che per forza tutte le volte dobbiamo dare delle risposte, trovare le soluzioni alla gente, dare sempre dei consigli. Una persona trova sollievo anche soltanto nel consegnarci la sua vita, nel poter raccontare a qualcuno. guardate che l’ascolto ci fa fare dei salti di qualità nella comunione e spesso ci toglie anche il senso di solitudine in cui possiamo cadere.

4.NON SI PUÒ COMUNICARE E COSTRUIRE COMUNIONE SE NON SI SCELGONO LE PAROLE
Vi capita mai di dire delle parole orribili alle persone a cui vuoi bene, magari non le pensate neanche, però in quel momento ci viene da dirle. ecco, dovremmo imparare a scegliere con cura le parole. Non possiamo permetterci di dire certe parole o di usare un certo linguaggio, soprattutto se poi non lo penso neanche.
Uno pensa che più cresce l’intimità e la relazione con una persona, più si sente libero di essere “sbracato”; invece, più cresci nell’intimità con una persona, più dovresti scegliere con cura le cose.
Nella nostra comunicazione – comunione noi spesso non facciamo caso alle parole da scegliere, ma ci sono delle parole che feriscono e alcune parole sappiamo che ce le portiamo addosso per tutta la vita.
Si comunica e si crea comunione non solo parlando e basta, ma scegliendo cosa dire.

5.UNA COMUNICAZIONE È SANA SE PRODUCE DELLE DECISIONI
Il nostro grande problema: ci piace parlare, ma non decidiamo mai. Qualcuno dice che noi non siamo la somma delle nostre esperienze, dei nostri ragionamenti delle nostre analisi: noi siamo la somma delle nostre decisioni.
La vita di certe fraternità si spegne, va avanti per routine, perché non si affrontano i problemi, si rimandano, oppure se ne parla, se ne parla, senza mai prendere decisioni.
Se la comunicazione tra di noi non ci spinge fino a prendere una decisione, significa che ci stiamo semplicemente intrattenendo con delle parole, ma non ci stiamo amando.
Tu vuoi bene a una persona, quando l’accompagni, la porti fino al punto di prendere una decisione.
Pensiamo anche al tipo di formazione che facciamo o proponiamo se ci porta a questo. Consegnare se stessi; rinunciare al giudizio; ascoltare; scegliere le parole e prendere delle decisioni. Questi sono cinque punti che possono cambiare la qualità della nostra comunicazione e aiutarci a creare comunione. Ci siamo detti che la parte più decisiva della nostra vita si gioca nelle relazioni, questo significa che la nostra più grande chiamata è proprio la chiamata all’amore: Cristo non ha fatto forse questo nella sua vita? non ha consegnato se stesso, ha rinunciato al giudizio, ha ascoltato, ha scelto le parole, ha preso decisioni? In una parola ha amato.
Ed è solo alimentando l’intimità quotidiana col Signore che possiamo mettere in gioco nelle relazioni e ci possiamo mettere in gioco nelle relazioni, amando, andando incontro all’altro, ad ogni altro, come a una terra promessa.»

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