Nuovi stili di Vita… per abitare le distanze – Intervento di Mons. Arturo Aiello Vescovo di Avellino

“Nuovi stili di Vita… per abitare le distanze”. Cosa si vuole dire? A volte i titoli sono accattivanti, ma bisogna riempirli di contenuto. Le parole sono belle – questa è una pecca del nostro tempo, ma anche della chiesa in questo nostro tempo –, non sempre, però, dentro le parole si trovano anche dei contenuti; spesso sono solo dei suoni, dove poi ciascuno può mettere quello che vuole.
Da un lato questa cosa è positiva perché c’è una sorta di partecipazione alla elaborazione, dall’altra c’è un limite, un rischio, enorme che è una sorta di soggettivismo, dove ognuno ritiene, a partire dal suo particulare, un contenuto del tutto personale, del tutto soggettivo e magari in opposizione al contenuto dell’altro.
Per cui lo sforzo che qui (e anche altrove) dobbiamo fare è di tornare ad una espressione che faceva parte di ogni relazione, nel passato, ed era l’esplicatio terminorum; cioè si partiva da un titolo e la lezione o la relazione consisteva, o perlomeno partiva, dalla spiegazione dei termini, perché non sempre i termini hanno la stessa valenza per tutti: non siamo più frequentatori di vocabolari… e da un po’ di tempo!
Allora con voi cerco di fare un viaggio dentro questo titolo che spero, man mano che andrete avanti nel cammino delle singole fraternità, nel dialogo tra le fraternità, possa assumere sempre di più significato e non solo verbale, ma anche esistenziale.
Nuovi stili di Vita… per abitare le distanze.
Parto dalle “distanze”. Cosa volete dire? Dove volete arrivare? Quali sono queste distanze da abitare?
Partiamo dalla grande illusione che ci ha animati, da un trentennio a questa parte, e cioè quella della globalizzazione.
Ma quando è nata la globalizzazione? Molti danno come data orientativa, o prima chiara indicazione di globalizzazione una riunione dei capi di Stato dei governi del tempo, quando dall’Oriente chiusero i rubinetti del petrolio e l’Occidente si trovò con le ruote sgonfie (penso ricorderete le domeniche in cui non si circolava e da parte di noi giovani si poteva scorrazzare con le biciclette, senza pericolo di scontri con mezzi più potenti), nacquero così le domeniche libere che furono un tentativo di rispondere ad un’emergenza, ma poi, dopo questo tentativo, i capi degli Stati più industrializzati che dipendevano o in qualche maniera erano ricattabili dai paesi produttori di petrolio, si incontrarono per capire il da farsi e decisero – non so neanche se ne avessero piena consapevolezza – che l’unico modo per difendersi era esportare il modello occidentale in tutto il mondo.
Questa fu la strategia intelligente o diabolica (dipende dai punti di vista da cui la si guardi) con cui l’Occidente minacciato, tentò di risolvere il problema.
Non era possibile una guerra, perché poteva essere messo in ginocchio.
Il modo in cui agirono i paesi occidentali fu come se io oggi ho una malattia e per risolverla in qualche maniera, invio dei virus, per telefono o sul web, perché tutti ne siano ammalati.
Perché fu intelligente e diabolica questa strategia? Perché chi provvedeva ai barili di petrolio e che si trovava ancora in una condizione di Paese non industrializzato, aveva in mano un potere ma non sapeva come usarlo.
La strategia fu: mettiamo tutto il mondo nella condizione di libero mercato e di importanza vitale della produzione, in modo tale che tutti abbiano bisogno di tutti.
Tutto questo accadde negli anni settanta.
Quando dalla decisione politica si cominciò a produrre dei pensieri, c’erano quelli osannanti e c’erano quelli che sembravano cassandre.
A giudicare dagli effetti, dobbiamo dire che le cassandre avevano più ragione degli entusiasti. Perché le distanze, secondo alcuni, sarebbero state annullate nel momento in cui tutto il mondo sarebbe stato paese, come dice il proverbio.
In realtà questo proverbio si è realizzato nel “villaggio globale”: se succede una cosa nell’altro emisfero, noi, in tempo reale, ne veniamo a conoscenza.
Questo meccanismo, velocizzato in maniera esponenziale dall’avvento del web, avrebbe, secondo i profeti buonisti, dovuto produrre maggiore coesione sociale, avrebbe dovuto far incontrare le persone, dal momento che tutti abitavano questo villaggio e quindi bastava uscire sulla soglia di casa, per poter incontrare persone di altro emisfero, di altra cultura, di altra estrazione sociale, di altra dimensione economica e poter dialogare.
Questo era l’Eden che i buonisti prefiguravano come terra promessa nella quale noi ci troviamo pienamente immersi, senza però vivere quel sogno che seguendo la cultura statunitense, ci faceva cantare “We shall overcam”, “black and white toghether”.
Questi erano i sogni degli anni sessanta e tutto quello che abbiamo detto prima, non era ancora successo. Ma questi “black and white toghether”, dove sono? Quale tipo di comunione la globalizzazione ha prodotto? Sembra che, allo stato attuale, questa enorme facilitazione di comunicazione è a detrimento della comunione.
A partire dalla famiglia, per arrivare nei gruppi, nella società, nella Chiesa, fra le nazioni, mai siamo stati così soli come adesso… e mai così connessi.
La connessione non è di suo: “comunione” e tanto meno “comunicazione”, tant’è che basta premere un pulsante e si è non rintracciabili.
Questo mondo globalizzato che avrebbe dovuto metterci insieme, ci ha separati in casa.
Questa può essere una chiave di accesso, una password, per capire e per declinare un inizio di riflessione su nuovi stili di vita per abitare le distanze.
Quindi dobbiamo prendere coscienza che il sogno non si è realizzato che semplicemente si è allargata la “malattia” ed è aumentata la solitudine. Ma, d’altra parte, la letteratura del Novecento di questo ci aveva già parlato, è attraversata da questo dramma, tant’è che il verso più famoso e anche più bello secondo i critici del Novecento è a firma di Quasimodo: «L’uomo è solo sul volto della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera».
Questa solitudine è andata aumentando a dismisura: solitudine dell’uomo, in se stesso frazionato, cioè solitudine tra parti dello stesso uomo, solitudine, cioè rottura dell’armonia tra l’uomo e la donna. Queste grandi solitudini tra uomo e donna sono evidenziate anche in una certa letteratura filmografica di qualche decennio fa, come “Sussurri e grida” o “Sinfonia d’autunno” di Ingmar Bergman.
Bergman andava a mettere in scena silenzi assordanti, proprio nel luogo dove la comunione dovrebbe essere celebrata al massimo e cioè nella famiglia, con al centro la coppia.
Dunque una solitudine dell’uomo frazionato, alla ricerca di un’identità sempre più frantumata… “Uno, nessuno e centomila”, “Così è se vi pare”, per citare Pirandello.
Una solitudine tra l’uomo e la donna, non più alleati: “E’ stata lei… che hai fatto!”, dice Dio ad Eva nel racconto cardine della creazione.
Una rottura (stiamo parlando di molte rotture, fratture, frazionamenti) dell’uomo in se stesso, dell’uomo con la donna, del nucleo familiare… una rottura tra l’uomo ed il creato – nel racconto della Genesi la donna che accusa il serpente che rappresenta sì il male, ma è anche parte del creato –, l’uomo nemico del creato, l’uomo non più contestualizzato nel creato.
Quindi il creato nemico dell’uomo – vedi le grandi tragedie apocalittiche, gli smottamenti, ecc. – e l’uomo nemico del creato; non più Signore “l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato” (Sal 8,6).
Tutto questo (ce lo diciamo tra noi che siamo credenti) è frutto della rottura, del frazionamento tra l’uomo e Dio.
Noi stiamo vivendo, oggi, questo dramma in una maniera epocale; quindi, se c’era il sogno che avremmo parlato tutti l’esperanto, invece le lingue diventano sempre più settoriali, sempre più elementi di divisione, sempre più luoghi di scontro: quindi siamo di nuovo a Babele e stiamo ancora nel testo di Genesi. Questo ci mostra come la Parola di Dio è attuale, sempre, ed è la cosa più aderente alla realtà di qualsiasi altra opera letteraria che possiamo citare.
Nei miei appunti ho fatto riferimento anche alla letteratura cinematografica del maestro Ermanno Olmi. Anche lui ci riportava situazioni di non più riconoscimento all’interno della famiglia. In uno dei suoi film, in una casa romana dell’alta borghesia, i componenti della famiglia si cercano, chiedendo l’uno dove fosse l’altro, ma non s’incontrano mai… nello stesso spazio.
Tutti connessi… tutti sconnessi.
Può sembrare che abbia calcato la mano su questo aspetto fosco ma, pur alimentato dalla speranza, mi sembra che non sia una foto così contraffatta della realtà.
Noi ci troviamo a vivere, adesso, in questa foresta, in questa platea dove tutti parlano gettando fango su tutti.
È il caso della piazza del web, dove ciascuno può svuotare il suo recipiente, qualsiasi cosa contenga, senza minimamente essere contraddetto: è vero tutto ed è tutto falso!
Per un uomo vivere in questo villaggio è a dir poco pericoloso.
Noi dobbiamo vivere in questo mondo, dove si sono create delle distanze.
E queste distanze spero che nessuno di voi sia così ingenuo da pensare che si possano risolvere, perché questa è un’altra grande tentazione, da un lato, e pericolo di depressione, dall’altro, cioè ritenere che ci sia una soluzione a tutto questo, fosse anche: torniamo indietro.
Non c’è una soluzione! Forse si può ridurre qualche costo, qualche prezzo da pagare, ma questo movimento è senza ritorno; prima o poi bisognerà arrivare da qualche parte, ma non ci arriverà certo la nostra generazione, forse i nostri figli, i nostri nipoti.
A noi, adesso, è chiesto di abitare in questa distanza, cioè in questa incomunicabilità io devo abitare; in questa conflittualità esasperata io debbo dimorare; in questa acidità io ci devo stare, facendo in modo che il mio stomaco non si autodistrugga.
Questo è sul piano politico, ma mi astengo da qualsiasi valutazione.
Questo, però, avviene anche sul piano cristiano. Questa conflittualità ce la ritroviamo, non dico uguale, ma con delle ricadute anche sulle nostre parrocchie, nel dialogo tra i gruppi, tra i vari componenti della Chiesa.
Tant’è che io posso dire: Papa Francesco non capisce niente, l’altro si alza e dice: il Vescovo di Avellino è uno stupido, poi si alza una signora e dice: qui ci si salverà solo se ci ordinate presbitere…
Questa conflittualità la troviamo anche nella Chiesa. Apro una parentesi velocissima: stiamo vivendo nella Chiesa – a me pare – quello che negli anni novanta abbiamo vissuto in Italia con l’operazione “Mani pulite”.
Anche in questo caso, la storia o ce la ricordiamo, o ci ritorna puntualmente, come diceva il buon Giambattista Vico.
Ve lo ricordate “Mani pulite”? ve li ricordate quelli che sventolavano le bandiere che avrebbero purificato tutto e tutti e, quindi, tutti processati, tutti carcerati, tutti sporchi, brutti e cattivi, tutti che prendevano le tangenti – tutti lo sapevano, ma era una sorta di squilibrio equilibrato – ma all’atto in cui si mise la mina sotto quella impalcatura, noi abbiamo avuto vittime, vittime e vittime.
A me sembra che non ci sia stato nessun beneficio, molti furono condannati innocentemente e mai risarciti, alcuni si suicidarono.
Bisognava purificare la politica, da quella purificazione noi abbiamo avuto la morte dei partiti; non so se voi ne abbiate gioito: io no! Non ho gioito neppure della fine del Partito Comunista – non vi scandalizzate – perché costituiva un polo, costituiva un pensiero, costituiva una narrazione per tanti che aspettavano il sole dell’avvenire. Poi è arrivato pinco pallino e abbiamo cominciato la politica senza pensiero.
La stessa cosa sta avvenendo oggi nella Chiesa, dove stiamo vivendo una situazione esplosiva, come le notizie di attualità ci dicono, se qualcuno non decide di fare macchina indietro, noi vivremo nella vita ecclesiale, quello che abbiamo vissuto nella vita politica.
Siamo partiti con la stessa bandiera: vediamo chi ha le mani pulite, ma alla fine avremo tutti le mani troncate, perché chi dice di avere le mani pulite, non ha le mani.
Allora attenti a questa estrema conflittualità e anche a questa predicazione del rinnovamento per sanare tutte le piaghe del passato: i Savonarola sono finiti sempre in una certa maniera e la Rivoluzione francese è cominciata con il motto: libertè, egalitè, fraternitè ed è finita, poi, con il mozzare la testa anche a chi aveva inventato la ghigliottina e poi è arrivato Napoleone e il Congresso di Vienna… ed è stato restaurato l’antico regime (n.d.r.).
Vorrei affidare a qualcuno di voi che abbia maggiori strumenti per dire: Dove vogliamo andare? Dove stiamo andando? E quanto questa mania di pulizia non abbia bisogno della soda caustica o addirittura dei trattori, dei cingolati che passano sulle chiese, sulle canoniche, sui conventi, sulle persone… alla fine sarà come una tragedia greca: muoiono tutti.
Questo sta succedendo nella Chiesa. Questo succede anche nelle vostre fraternità, presumo, perché questa conflittualità la si trova anche nelle fraternità.
Fraternità aggressive è una contraddizione in termini: l’aggettivo demolisce il sostantivo.
Il vostro progetto regionale (n.d.r.) ha due icone, una biblica ed una tratta dalle Fonti Francescane (n.d.r.). Quella biblica è Gesù e Zaccheo e quella francescana è la relazione che Francesco decide di instaurare con il lebbroso e poi con i lebbrosi che questo incontro sia stato decisivo lo dice il testamento, perché le cose che uno dice nel testamento sono certamente delle pietre miliari.
Nell’uno e nell’altro caso, come anche nel brano che abbiamo proclamato nella preghiera iniziale (il buon samaritano – n.d.r.), ci sono delle distanze: c’è una distanza tra Zaccheo e Gesù, c’è una distanza tra Francesco e il lebbroso che è anche una distanza d’ordine di sicurezza pubblica, di cordone sanitario, c’è una distanza tra quest’uomo incappato nei briganti e i passanti.
Quali sono questi nuovi stili di vita? Ne ho indicato qualcuno, ma, intanto, premetto che nuovi stili di vita non significa la soluzione del problema, perché non ci riuscirete e, anzi, ne avreste nocumento per la vostra serenità psicologica.
È meglio sapere che cosa possiamo fare e che cosa non possiamo fare, perché se io mi prefiggo una cosa impossibile rischio la depressione.
Piccole cellule tra grandi sistemi. Sembra che questo potrebbe essere uno stile di vita per abitare le distanze. In questo caos della connessione incomunicabile, dell’essere tutti connessi e tutti sconnessi, è possibile – ma questo dovrebbe essere il vostro carisma – creare dei nuclei piccolissimi.
Non siamo più cinquecento nella nostra fraternità! Meno male, perché non si può fare una fraternità con cinquecento fratelli e sorelle; quindi piccole cellule che stanno tra questi grandi sistemi.
Dinanzi alla spettacolarizzazione del male, del niente, della divisione, dove anche la religione rischia di diventare un elemento di divisione e non di comunione, è possibile da parte nostra – questo dovrebbe riguardare tutta la Chiesa, ma adesso mi sto rivolgendo alle fraternità Ofs – creare piccole celle ossigenate e ossigenanti.
Starete pensando: “e che risolviamo?”. Ma Francesco, cosa voleva risolvere nella Chiesa corrotta con cui si è interfacciato? Che voleva risolvere nella conflittualità tra i Comuni del suo tempo? Niente!
Perché questa è un’illusione, direi di più: è una presunzione che io voglia risolvere!
Ma, intanto, io sto vivendo, qui, adesso ed io vorrei, per il mio benessere, ma anche per il benessere di quelli che fanno parte di questa Fraternità, creare un chiostro di aria pulita, di fiori, di verde, di parole non gridate, di parole sottovoce – dice il titolo di un romanzo sulla shoah (“Il tempo delle parole sottovoce – Anne” di Lise Grobéty – n.d.r.) – di parole che abbiano ancora significato, di parole umane, di parole lucidate e non infangate.
Allora è possibile abitare in questa distanza siderale tra uomo e uomo, tra l’uomo e la donna, tra l’uomo e la società, accendendo in questa notte un fiammifero.
Che cos’è un fiammifero nella notte? È niente, ma si vede. Può essere un punto di riferimento per tanti altri sbandati che cercano una casa, un camino, un luogo di preghiera, un luogo umano, perché qui rischiamo la disumanità, questo è il dramma e noi a questo dobbiamo rispondere.
Non dobbiamo creare grandi sistemi, non più ipotizzabili, ma piccole cellule virtuose.
Sono piccole sollecitazioni che sta a voi concretizzare.
Luoghi di minorità (Dovrebbe essere una dimensione a voi familiare).
La minorità è la scelta del piccolo tra le grandi rappresentazioni, tra i grandi del mondo. Ma se, ahimè, per eleggere il responsabile dell’Ofs regionale o nazionale, ci lanciamo le bombe, allora ci chiediamo: di che cosa stiamo parlando? Dal momento che la minorità non riguarda solo i frati, ma riguarda anche voi (laici n.d.r.).
Minorità significa: la scelta del più piccolo, di quello che sembra inutile, perché ci sono tanti piccoli che non trovano accoglienza, che non hanno dove andare, che rischiano di essere schiacciati.
Per questo la depressione è in aumento esponenziale, perché anche solo guardare un telegiornale è un esporsi alla depressione, perché uno si chiede: ma davanti a questa spettacolarizzazione del male, io che posso fare? La risposta è: niente! Per cui, da una visione di telegiornale, una persona esce schiacciata e se non ha un minimo di spina dorsale solida, rischia la depressione.
Questo nuovo stile credo che debba essere all’insegna della diversità, parafrasando un libro di Don Giussani: è possibile vivere in questo mondo diversamente?
La fraternità dovrebbe essere come quei pastori che vivono in maniera diversa, tranquillamente, pur coscienti del dramma, nel bel mezzo di una guerra stellare.
Ancora, questo stile nuovo potrebbe avere questo nome: povertà, castità e obbedienza. Sembrerebbe che questo invito fosse rivolto solo ai frati, invece no, perché, come il Vangelo delle Beatitudini è rivolto a tutti, così povertà, castità e obbedienza sono per tutti. Quando, invece, abbiamo cominciato ad enuclearli per alcuni, abbiamo perso il sale della massa.
È chiaro che è diverso, per chi è sposato, vivere la castità da come l’ha vissuta e la vive un frate, ma è lo stesso valore; idem povertà, idem obbedienza. Il comune denominatore che mi ha fatto pensare a questo nuovo stile di vita si chiama silenzio; perché l’erotismo fa chiasso, perché la ricchezza fa chiasso, perché l’autorealizzazione fine a se stessa fa chiasso, perché questa eroticizzazione imperante semina vittime, perché il culto della ricchezza semina vittime, perché l’autorealizzazione, costi quello che costi, semina vittime, perché vinco io, ma perdono altri novantanove.
Nuovi stili di vita per abitare le distanze, potrebbe significare recuperare ciò che oggettivamente è controcorrente, oggettivamente è irriso dalla nostra cultura.
Per i giovani, oggi, è ancora più difficile vivere in castità, povertà e obbedienza, in questo luna-park dove tutto è possibile a costo zero, se non a costo della vita, dell’amore ucciso tante volte.
I giovani (presenti nelle vostre Fraternità – n.d.r.) prendono in considerazione che si possa vivere la castità? Io ho paura, come vescovo, che nessun prete, o pochi preti, proponga ancora, credendoci, per inteso, questo stile. Ma se non lo viviamo neppure noi, allora diciamo che il Vangelo poteva viverlo Francesco d’Assisi, frate Leone, fra Rufino, frate Jacopa, ma adesso noi stiamo in un’altra epoca, quindi chiudiamo il Vangelo e apriamo altri libri.
Ma se il Vangelo è ancora proponibile e lo è nella misura in cui trova anche delle realizzazioni esemplari, pur difficili, allora carità, povertà e obbedienza, come esperienza di silenzio in questo caos, (e le fraternità – n.d.r.) possono diventare luoghi di accoglienza e luoghi dove il distante diventa vicino.
Quindi:

  • Piccole cellule tra grandi sistemi,
  • Minorità, i piccoli tra grandi cose,
  • È possibile vivere diversamente,
  • Povertà, castità e obbedienza, come stili di silenzio e non come castrazione.

Questi stili di vita, per abitare la distanza, devono essere all’insegna della condivisione, senza esclusione.
Perché Francesco che incontra il lebbroso e che accorcia le distanze, e ciò che gli appariva da aborrire, diventa addirittura un’esperienza erotica (perché è un bacio erotico): “amor che togli forza all’amaro, ogni cosa muti in tua dolcezza” (Jacopone da Todi).
Condividere, perché mandare un’offerta al lebbrosario sarebbe stato più facile per Francesco che non ha fatto questo, non ha compilato un bollettino postale, non ha fatto un’offerta, è andato a vedere e ha toccato!
La condivisione è toccare la condizione dell’altro, è toccare il suo disagio.
Francesco, baciando il lebbroso lo ha guarito? No! Ma ha fatto di più. E noi tante cose non le possiamo risolvere, né guarire, però possiamo starci dentro, condividendo.
E poiché, come è stato sottolineato in precedenza, ci troviamo in tempi dove il contrasto è feroce, dobbiamo porci nell’atteggiamento della simpatia, nel senso etimologico del termine sun pathos.
Se tu non generi una simpatia, per la condizione dell’altro, tu non accorci nessuna distanza e non crei nessuno stile rivoluzionario, perché quello che stiamo dicendo sa di rivoluzionario per piccoli “carbonari” che crescono in questa contrapposizione ideologica, fino all’estremo, dicendo che è possibile vivere diversamente.
Queste oasi, queste cellule, questi luoghi, questi tempi diventano rivoluzionari, perché esprimono un’aria nuova in un tempo di aria malsana. Ho parlato di luoghi e tempi, perché innanzitutto c’è bisogno di un luogo fisico, ma anche dei tempi, cioè se non riuscite ad esprimere luoghi significativi, per abitare queste distanze siderali e non riuscite a celebrare tempi diversi, di qui a dieci anni l’Ofs sarà scomparso, quindi ne va della vostra esistenza.
Se alcuni di voi non saranno riusciti concretamente a creare, a identificare, ad arredare nuovi spazi e nuovi tempi.
Questi “nuovi tempi” possono essere un giorno, tre ore… in cui, però, ci ossigeniamo, facciamo l’iperventilazione prima di scaraventarci di nuovo nei fondali, dove stare senza respirare… riemergiamo e prendiamo ossigeno.
Questo devono essere i nostri luoghi, altrimenti tutto, anche quello che abbiamo detto (faccio autocritica), sono chiacchiere.
Senza rifugiarci, come dice il profeta, “si mettono al sicuro sui monti della Samaria”; in questo “liquame” nel quale viviamo, senza cambiare condominio o città: qui tu puoi piantare un albero, tu puoi piantare un’oasi!
In questo deserto, questa oasi mi sembra che possa essere la vostra fraternità.
Allora le piaghe dell’incappato nei briganti riceveranno olio di consolazione e vino di speranza, allora Zaccheo che era salito su un albero solo per fare una foto, farà un selfie con Gesù e per fare il selfie bisogna stare più vicini, mentre la foto si può fare anche con il teleobiettivo.
Il lebbroso non sarà più l’uomo dalla carne in decomposizione, ma sarà lo specchio di me. Quindi Francesco – posso pensare così? – baciando il lebbroso non ha baciato la diversità, ma ha baciato, riconoscendo che anche lui, sotto i suoi abiti eleganti, pagati da Pietro di Bernardone, aveva una carne in decomposizione, un cuore in decomposizione.
Così il diverso – abitare la diversità – ci aiuta a capire chi siamo noi. Auguri.

 

Incontro zona Interdiocesana di Avellino
S.E. Mons. Arturo Aiello
Vescovo di Avellino
16 febbraio 2019

Mons. Arturo Aiello

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