Come Francesco d’Assisi, servo di Dio al servizio dei fratelli

Il Signore Gesù ci ammonisce dicendoci che nella vita dobbiamo decidere chi servire, se Dio o mammona (cfr. Mt 6,24), cioè l’idolo.
La fede è vivere senza idoli, infatti, il padre della fede è Abramo, perché è il primo che accetta di vivere senza idoli. Il Signore dice ad Abramo: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Gn 12,1); staccarsi dalla Terra è vivere senza idoli.
Lasciare le proprie certezze, per le cose incerte, significa fare un atto di fede che è proprio libertà dagli idoli.
Per rendere un servizio gradito a Dio dovremo essere degli uomini liberi, quindi senza idoli: è questa la giusta condizione per mettersi al servizio di Dio.
Per il fatto di essere credenti dobbiamo metterci nella condizione di essere servi e poveri.
Il “servo inutile”, del Vangelo di Luca 17,5-10, non è un servo che svolge un servizio che non serve a nulla, ma il suo salario è “inutile”, cioè senza utile, quindi egli svolge un servizio gratuito, perciò dobbiamo essere servi poveri.
Perché devo servire senza averne un contraccambio? Perché il nostro servizio fa riferimento a Cristo, “Servo per Amore”. Cristo è venuto al mondo per essere il diacono dell’umanità, cioè per mettersi a servizio dell’umanità, gratuitamente.
Gesù ha fatto la scelta di essere il nostro servo, prendendosi cura delle periferie dell’umanità (infatti egli inizia la sua missione, simbolicamente, dalle rive del fiume Giordano).
Prenderci cura delle persone che stanno accanto a noi, benedicendole, questo è il primo servizio che possiamo offrire al Signore.
Noi, Francescani Secolari, abbiamo scelto di servire Dio sull’esempio di San Francesco d’Assisi che, come Gesù, sceglie di essere servo, soprattutto degli ultimi.
Infatti Francesco comincia la sua conversione proprio da un’esperienza di servizio ai lebbrosi e, in punto di morte, vorrebbe ritornare a quelle origini, perché comprende che nessuno può convertirsi all’amore di Dio che non vede, se non ama il fratello che vede (cfr 1 Gv 4,20).
Francesco ama Cristo crocifisso, perché ama la scelta del servo sofferente: Gesù che si è donato fino alla morte.
Il poverello di Assisi è consapevole che i servi del Signore non vengono mai delusi, anzi, al contrario, vengono ripagati con abbondanza e con abbondanza devono restituire: io ho ricevuto perciò restituisco nel servizio ai fratelli, come affermava don Milani.
Spesso Francesco si chiedeva se fosse servo del Signore oppure no.
Mentre dimorava in una cella a Siena, una notte chiamò a sé i compagni che dormivano: «Ho invocato il Signore – spiegò loro – perché si degnasse indicarmi quando sono suo servo e quando no. Perché non vorrei essere altro che suo servo. E il Signore, nella sua immensa benevolenza e degnazione, mi ha risposto ora: – Riconosciti mio servo veramente, quando pensi, dici, agisci santamente -. Per questo vi ho chiamati, fratelli, perché voglio arrossire davanti a voi, se a volte avrò mancato in queste tre cose”. (FF 743)
Il servizio è libertà dagli idoli, uno dei quali è appropriarsi dei doni ricevuti (se sei intelligente devi mettere la tua intelligenza al servizio degli altri). Se Francesco ha ricevuto in abbondanza, sente la necessità di restituire completamente agli altri quanto gli è stato donato. Francesco è povero e ricco nel stesso tempo.
C’è una grande forma di Servizio, per Francesco, quella del dialogo. Francesco ama dialogare, egli è stato l’uomo del dialogo, con tutte le creature: animate e inanimate.
Egli diventa missionario attraverso il dialogo.
Con il Sultano Al Kamil scambia parole di pace: «Pace, As Salam alejkum». Cosa avrà detto Francesco al Sultano, uomo gentile e virtuoso pure lui? Prima delle parole tra i due c’è stata la percezione di essere entrambi uomini di pace: tra pacifici ci si vuol bene; tra violenti, invece, ci si arma.
San Francesco fu il primo fondatore di un ordine religioso il quale nella Regola del suo Ordine compone un capitolo dedicato alle missioni senza preferenze etniche.
Ancora oggi il dialogo è una delle forme di Servizio dei francescani, soprattutto in quelle realtà dove non c’è dialogo o dove è difficile stabilirlo.
Francesco preferisce i segni concreti alle parole, “vi riconosceranno da come vi amerete”. (cfr Gv 13,35).
Egli, infatti, era consapevole del rischio delle parole vuote, cui non corrisponde un vero contenuto di vita e di opere.
San Francesco aveva profondamente assorbito tale dinamica e la esprime, in particolare, nel rapporto con i poveri, nel lavoro, nell’esempio, nell’attività missionaria.
Sono tanti gli episodi delle Fonti Francescane in cui si narra la sua preferenza dei gesti alle parole: FF. 679, 796, 1616, 1546…
La gente, tutta quella gente che incontra Francesco, non vede Dio, ma incontra un giusto che con i gesti glieLo rivela. Comprende quella gente che Francesco si è messo a loro servizio passando dalla vita al Vangelo e dal Vangelo alla vita, senza riduzioni.
Questa è la maniera di Francesco di cui parla anche la nostra Regola, quando dice di “osservare il Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo al modo di Francesco”.
Se siamo delle persone che credono dobbiamo imparare ad essere persone che servono, come ci suggerisce l’autore di un articolo “Servire per crescere”, pubblicato sulla rivista nazionale FVS di settembre 2014:
Ho avuto fame… sete… ero forestiero… carcerato… e siete venuti… Come Cristo, i suoi discepoli si piegano a lavare i piedi, a fasciare le piaghe del cuore, a curare gli infermi nel corpo e nello spirito. Gesù Cristo ha mostrato che il dono amorevole di sé, fino alla morte in Croce per la salvezza degli uomini, è la modalità per stare accanto al fratello e il criterio con cui ogni uomo sarà giudicato. Il servizio ai fratelli, la più alta e concreta espressione di fede, è l’autentica risposta all’invito di Gesù a fare come lui, a farsi prossimo”.

Francesco e il lebbroso

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